E’ STATA DI RICHARD TREVITHICK L’INTUIZIONE DELLA LOCOMOTIVA

Il primo viaggio di 10 Km con passeggeri si svolse senza incidenti ma inaspettatamente, visti i consensi che Richard Trevithick in precedenza aveva riscosso, anche senza entusiasmo da parte del pubblico, forse perché era di Londra e non della provincia, forse perché la locomotiva faceva un fracasso d’inferno e degna del fuoco dell’inferno era pure la fuliggine che emetteva.

Per la seconda volta, abbandonata, la locomotiva andò distrutta. Ma ancora una volta risorse.

Samuel Homfray, proprietario di una ferriera del Galles meridionale, e quindi abituato a fumo, rumore e sporco, fu invece uno dei pochi entusiasti della macchina a vapore che aveva visto a Londra, benché nella sua testa si fosse fatta la convinzione che il mezzo – più che per trasportare persone – era adatto a trasportare la produzione della sua ferriera.

Richiamato al lavoro Trevithick, Homfray scommise 500 sterline con un altro industriale che sarebbe stato possibile trasportare 10 tonnellate di ferro da Penydaren e Abercynon.

L’11 febbraio 1804, la scommessa fu vinta: 10 tonnellate di ferro su cinque vagoni oltre a 70 persone, erano state trasportate per 14 chilometri in appena quattro ore e cinque minuti, con punte massime di velocità di quasi otto chilometri all’ora.

La stessa locomotiva, in seguito, trainò un carico da 25 tonnellate a 7 chilometri all’ora ma, a confermare il binomio imprescindibile treno – rotaia, fu proprio quest’ultima che mise in crisi il sistema. I binari cedettero sotto il peso della locomotiva.

Questa volta non andò distrutta, ma fu castrata delle ruote ed utilizzata unicamente come macchina per produrre vapore.

Indomito come molti inventori, come molti di essi Trevithick non divenne ricco. Attaccato alla sua locomotiva come un adolescente al primo amore, ne costruì ancora una, più perfezionata e le diede il nome di “Catch me who can” (Mi prenda chi può) forse in ricordo di un eccitante invito avuto in qualche bordello londinese o forse solo precorritore di una pubblicità già pronta a fare l’occhiolino al sesso.

Investiva tutto quello che aveva di suo, compresa una parte della scommessa vinta da Homfray, nella costruzione di un recinto dentro al quale faceva correre in circolo la “Catch me who can”.

Il pubblico pagava uno scellino per vedere e fare un giro di prova alla velocità di 20 km all’ora, anche se in rettilineo, affermava il progettista, avrebbe potuto toccare i 30. Ma di scellini i visitatori fecero in tempo a pagarne pochi perché dopo alcune settimane la rottura di una rotaia fece ribaltare la locomotiva confermando come punto debole la capacità del binario di reggerne le sollecitazioni.

Scellini incassati pochi, successo ancora meno, la ditta chiuse bottega ignorando di aver gettato, comunque, le basi per lo sviluppo della ferrovia.

E’ infatti adesso che appare sulla scena della storia Gorge Stephenson, persona con alle spalle un curriculum di successo grazie al suo lavoro nella miniera di carbone di High Pit, vicino a Killingwort (come si vede sempre da sottoterra nasce l’invenzione treno/rotaia), dove ha realizzato in piena autonomia una linea di vagoncini trainati da cavi (tirati da vermicelli fissi) per il trasporto del materiale estratto.

Articolo tratto dal “Gazzettino” del luglio 2001